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Cacciatori di alieni – L’equazione di Drake

Seconda puntata della nostra rubrica dedicata alla vita extraterrestre; esistono alieni intelligenti nell’Universo ed è possibile che entrino in contatto con noi?

Nel volgere lo sguardo al cielo, in una notte limpida e ben lontano dalle città, migliaia di punti luminosi si stagliano sulle nostre teste, regalandoci uno spettacolo meraviglioso e spesso trascurato, dipinto sulla volta celeste. Quella che possiamo osservare ad occhio nudo rappresenta soltanto una minima parte delle circa 300 miliardi di stelle che popolano la nostra galassia, la Via Lattea; il suo enorme disco (del quale anche noi facciamo parte) è individuabile come una tenue striscia luminosa, appena percettibile, che si estende nella forma di un arco nel cielo fino all’orizzonte. E tra quelle stelle, potrebbe nascondersi qualche mondo alieno, simile al nostro, dove altre civiltà stanno guardando all’insù in direzione della Terra, domandandosi magari se possano esistere altre forme di vita sviluppate nell’Universo.

Già in un precedente articolo abbiamo trattato la possibilità della vita al di fuori del nostro pianeta, scoprendo come non sia necessario andare così lontano nel cosmo per sperare di trovare qualche traccia di esseri viventi. Anzi, potrebbe essere il Sistema Solare, la nostra casa, ad ospitare altre forme di vita, seppure in condizioni molto diverse da come gli alieni vengono rappresentati nell’immaginario fantascientifico. Si tratterebbe con ogni probabilità di creature primordiali, pesci o altri esseri marini come nel caso degli oceani sotterranei delle lune Europa ed Encelado; certamente possiamo scordare alieni umanoidi a bordo di dischi volanti che eseguono il saluto Vulcaniano (cit.).

Il sistema solare è, dopotutto, la nostra casa; diverse sonde nel corso degli ultimi 40 anni sono riuscite a sorvolarlo per intero e, in un paio di casi, a spingersi persino oltre nello spazio interstellare. Se civiltà tecnologicamente avanzate fossero state presenti negli altri appartamenti del nostro “palazzo cosmico” le avremmo sicuramente incontrate; o almeno avremmo scovato traccia della loro presenza. Ma cosa succede quando si guarda verso mondi distanti attorno ad altre stelle, per ora totalmente irraggiungibili?

Nell’arco di 25 anni, missioni spaziali a caccia di esopianeti (come i satelliti Kepler e TESS l’ultimo lanciato appena nel 2018), affiancati da osservazioni a terra, hanno rivelato e confermato la presenza di ben 4108 pianeti in altri sistemi stellari e oltre 2000 potenziali “candidati” ancora da convalidare. Considerando l’enorme numero di stelle solo nella nostra Galassia, la quantità di pianeti virtualmente simili alla Terra, “abitabili” secondi i nostri standard, potrebbe facilmente raggiungere e superare i 10 miliardi (previsione effettuata secondo i dati raccolti dalla sonda Kepler). Non dimentichiamoci che la Via Lattea è soltanto una tra le centinaia di miliardi di galassie ad oggi conosciute nel nostro Universo; pensare di essere l’unica popolazione tecnologicamente avanzata nel cosmo risulta piuttosto pretenzioso.

Al primo meeting del progetto SETI (Search for ExtraTerrestrial Intelligence), tenutosi a Green Bank nel 1961, l’astrofisico Frank Drake propose un’equazione per stimolare la curiosità e la discussione tra gli scienziati sulla possibilità di rintracciare un segnale radio inviato da un’altra civiltà nella nostra galassia. La formula, che prese il nome di Equazione di Drake, si traduce in una stima del numero medio di popolazioni tecnologicamente avanzate nella Via Lattea con le quali potremmo idealmente entrare in contatto; questa stima, tenendo in considerazione una grande quantità di fattori statistici estremamente variabili, suggerisce che la probabilità di essere soli nell’Universo sia praticamente nulla. In particolare, la possibilità di essere, o essere stati, l’unica civiltà avanzata in tutto l’Universo nella storia risulta minore dello 0.00000000000000000000025 per cento. Sarebbe un milione di volte più probabile vincere 2 giri di fila al superenalotto!

Ciononostante, discorsi probabilistici a parte, non si può certo prescindere dalla realtà dei fatti; per ora, le osservazioni del cielo non hanno stabilito contatti reali o individuato manufatti alieni che possano essere riconducibili a civiltà avanzate di altri mondi. Secondo la statistica, data l’incommensurabile vastità del cosmo, qualche popolazione extraterrestre avrebbe già dovuto raggiungere un livello di conoscenza scientifica tale da consentire lo sviluppo del viaggio interstellare. Almeno una minima traccia di tali civiltà sarebbe dovuta comparire attorno a noi; perché allora non si è ancora visto nessuno?

Questo ragionamento è conosciuto sotto il nome di “paradosso di Fermi”; fu ribattezzato così dopo una serie di particolari conversazioni tra il fisico Enrico Fermi ed i suoi collaboratori, avvenute nel 1950 durante le loro pause pranzo a lavoro. Pare che, nel mezzo di uno di questi pranzetti, il buon Fermi si fosse alzato all’improvviso esclamando, così dal nulla, “Ma dove sono tutti??”, riferendosi ovviamente agli alieni che avrebbero dovuto contattarci in tutto questo tempo.  

Da allora, l’iconico paradosso è stato fortemente discusso ed analizzato nella letteratura scientifica, portando a diverse possibili conclusioni. Da una parte abbiamo l’improbabile (sebbene credibile) circostanza di essere davvero soli nell’Universo. Dall’altra va notato che diversi elementi potrebbero entrare in gioco nel “mancato contatto” con gli alieni; ad esempio, potrebbero essersi sviluppate troppo poche civiltà realmente in grado di comunicare. Tali civiltà potrebbero inoltre aver preferito volgere la loro attenzione ad altre zone del cosmo piuttosto che alla nostra.

Oltretutto, le finestre temporali necessarie ad una specie per evolversi a tal punto da inviare segnali nello spazio sono terribilmente brevi se paragonate agli enormi tempi scala astronomici (milioni o miliardi di anni). Magari qualche alieno potrebbe aver già tentato un contatto mille anni fa, ma sulla Terra non ci sarebbe stata una tecnologia tale da interpretare il messaggio e rispondere.

 In aggiunta, non va trascurata la tendenza del genere umano (unico esemplare di riferimento con cui fare paragoni) ad autodistruggersi con esilarante tranquillità, quasi di pari passo al progresso tecnologico. Molte congetture vedono la vita intelligente “eliminarsi” da sola una volta raggiunto un livello sufficiente di avanzamento culturale, il che spiegherebbe l’assenza di incontri ravvicinati tra l’umanità ed esseri di altri mondi. Tutti questi elementi vengono spesso raggruppati e formalizzati nella più complessa teoria del “Grande Filtro”, ovvero l’ipotesi secondo cui la vita complessa non possa svilupparsi sopra un certo limite, ma verrebbe “filtrata” da qualche processo naturale che ne limiterebbe il proliferare nell’Universo.

Siamo dunque davanti ad un dibattito senza via d’uscita? Trattandosi di mere supposizioni, è ad oggi impossibile dare una risposta definitiva al grande quesito “siamo soli nell’Universo?”; lasciatemi però dire che non sarebbe corretto terminare questo elenco senza una nota positiva. C’è infatti chi sostiene che esseri intelligenti di altri mondi esistano davvero e ci abbiano già identificati da tempo. Tuttavia, il loro livello di conoscenza sarebbe talmente elevato da aver superato di milioni di volte il nostro. Per questi esseri, concetti come guerra, conquista e colonizzazione sarebbero totalmente privi di significato, legati solo ad un passato ancestrale; le loro tecnologie, così come i loro modi di comunicare, risulterebbero incomprensibili per noi. Forse, gli alieni sono qui intorno in attesa che l’umanità si evolva ad un livello superiore, pronti per palesarsi quando il genere umano si sarà addentrato ancora di più alla scoperta dei segreti dell’Universo.

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