Privacy Policy L'ascesa economica della Cina: egemonia del "Regno di Mezzo" - Antropia

L’ascesa economica della Cina: egemonia del “Regno di Mezzo”

Ad oggi, il “Regno di mezzo” pare crescere inarrestabilmente al ritmo di un treno ad alta velocità. Ma è davvero una favola dalle stalle alle stelle?

Uno dei fenomeni geopolitici più dirompenti del ventunesimo secolo è senz’altro l’ascesa economica e militare della Cina, che ha assunto a pieno titolo un ruolo da protagonista trainante nello scenario internazionale.

La Shanghai del 1990 era una città stagnante e segregata. Le strade erano affollate da biciclette sgangherate e pittoreschi risciò. Si parlava di “pericolo giallo”, del rischio di non riuscire a sfamare l’intera popolazione che abita la Repubblica Popolare. Difatti, la Cina si collocava penultima per reddito pro capite nella graduatoria dei 120 paesi per i quali la Banca Mondiale riportava questo indicatore. Presentava uno standard di vita comparabile a quello delle economie più disagiate dell’Africa Subsahariana (situandosi fra il Burkina Faso ed il Malawi)1. Per rendere l’idea, la frazione maggioritaria della popolazione viveva con meno di un dollaro al giorno e la sperequazione tra aree urbane e rurali era a dir poco abissale: il salario di un contadino non arrivava ad un terzo del più modesto salario urbano. Ma il dato più formidabile (nell’accezione etimologica del termine), e foriero degli sviluppi futuri, è che la popolazione rurale cinese è doppia del totale degli abitanti europei ed americani messi insieme.

Ciononostante, Il National Intelligence Council, una divisione della CIA, in un rapporto sugli scenari del futuro sosteneva che la Cina possedesse gli stessi requisiti che cent’anni fa permisero agli Stati Uniti di effettuare il sorpasso sull’Inghilterra. In primis: dimensione geografica e del mercato interno mastodontica (ed in espansione), peso demografico, esubero di materie prime, etica confuciana del lavoro e della disciplina. Il tutto condito con ingredienti d’eccezione, ossia un buon livello di istruzione, l’accesso a capitali e tecnologie e, non ultimo, una moneta locale sottovalutata.

Non aveva torto. A differenza dell’Inghilterra dell’800 e dell’America del ‘900, però, sarà una superpotenza che conserverà un esercito di riserva di lavoratori poveri e continuerà così a esercitare una travolgente pressione competitiva sui paesi concorrenti. Si tratta di un paese di emigranti, non di immigrati. Proprio per le carenze del suo sistema scolastico, l’industria dell’alta tecnologia negli Stati Uniti soffrirà di una penuria cronica di ingegneri, matematici, fisici, biologi e sarà costretta costretta a importare talenti dall’estero. Gli insegnanti americani che adottano il “metodo Singapore” hanno scoperto che in Cina i programmi scientifici sono meno estesi ma molto più approfonditi. “Nella scuola media di Singapore”, afferma Keating, “risolvono problemi i algebra che sono difficili perfino per me, e che in America vengono affrontati solo a fine liceo”. Ma il discorso può estendersi anche alla manodopera a basso costo.

Per quanto attiene alla ricchezza del sottosuolo cinese, l’affermarsi della Cina rappresenta una bomba ad orologeria in un mondo ben presto dominato dai combustibili fossili, dai minerali e dai metalli. Le loro riserve di carbone occupano il primo posto nel mondo, con un volume totale accertato pari a 1000 miliardi di tonnellate. Le risorse di tungsteno sono il quadruplo di quelle totali degli altri paesi del mondo congiunti, quelle di terre rare costituiscono l’80% mondiale e quelle di antimonio il 40%. Più in generale, dei 45 principali tipi di minerali rintracciati in Cina, 25 occupano i primi tre posti al mondo, 12 dei quali il primo, tra cui, oltre ai summenzionati, anche gesso, grafite e titanio. Stiamo parlando della base per produrre la quasi totalità della merce di uso quotidiano e specialistico, come dispositivi elettronici, strumentazione industriale e medica, utenze energetiche domestiche, sistemi militari e d’aviazione, materiali di varia natura, e via discorrendo. Non solo: la Cina ha attuato ormai da anni una strategia espansionistica volta a monopolizzare anche le risorse minerarie esterne ai propri confini, ad esempio quelle africane. Uno scontro tra due filosofie, quella occidentale e l’altra orientale: la prima consiste nell’affacciarsi al mercato con il predominio della tecnologia e della finanza, mentre la Cina scommette sulle risorse fisiche necessarie alla produzione. L’economia virtuale contro l’economia reale.

Il dato di fatto è che Repubblica Popolare cinese è diventata il Paese dominante sulla scena mondiale. Nel 2004 è entrata a fare parte della World Trade Organization. Proprio a cavallo dei primi anni del Duemila, le importazioni low cost dall’Estremo Oriente hanno messo a dura prova diverse fabbriche occidentali. Ne hanno risentito in primis quei settori ad elevata incidenza del costo della manodopera. Negli anni immediatamente seguenti la Cina non solo ha delocalizzato (Vietnam), ma è diventata competitiva su produzioni ad alto contenuto innovativo e tecnologico. Insomma, non più solo quantità ma anche qualità.

Se vi state chiedendo come sia possibile che una nazione afflitta dai limiti socio-economici di cui sopra e storicamente votata al Comunismo sia potuta emergere così vertiginosamente nel volgere di due decenni, la chiave di volta risiede nella lungimiranza della sua classe politica moderna. Negli anni 80, Deng Xiaoping si sforzò di intessere relazioni amichevoli coi leader occidentali, che culminarono nei trattati di liberalizzazione. Sono stati sconfessati, così, pur rimanendo nel solco del Socialismo, principi quali l’abolizione della proprietà privata e l’economia basata unicamente sulla circolazione interna dei prodotti.

Ad ogni modo, occorre anche esaminare l’altra faccia della medaglia. La crescita in Cina si è consolidata anche grazie ad un regime totalitario, allo sfruttamento spregiudicato di manodopera a basso costo e, nelle prime fasi, di normative ambientali permissive. È sconcertante che nella Repubblica Popolare Cinese si espanda più di prima la forbice tra ricchi e poveri, nonostante la robusta crescita economica. Ma è ancor più sconcertante interrogare la rete sugli eventi di piazza Tienanmen: la ricerca restituisce prevalentemente informazioni turistiche. Stiamo parlando di restrizioni della libertà difficili da immaginare nei paesi occidentali. È difficile immaginare che possa essere attuata a casa nostra una politica del tutto innovativa quale la vendita di un numero limitato di targhe per automobili. È successo a Shanghai: il “gigantismo” cinese ha comportato estremi rimedi al fine di contenere l’inquinamento dell’aria.

Sono rari – e debbono continuare ad esserlo – i filtri della rete nei regimi non autoritari, dove i blog di antivaccinisti e sostenitori di diete miracolose – per citare alcuni esempi – volano indisturbati nella foresta del web. Movimenti che negli Stati Uniti, ma anche in Europa raccolgono sempre più proseliti. La fiducia nella scienza è l’antivirus quantomai necessario per conservare la libertà e la sicurezza che ci distinguono. Il sinologo Simon Leys sentenzia: “Il fascino unico che la Cina esercita su coloro che l’avvicinano può essere paragonato all’attrazione tra i sessi. Di fatto si basa su una realtà elementare: dal punto di vista occidentale, la Cina è semplicemente il polo opposto dell’esperienza umana.”

1 (I dati sono tratti da Alberto Bagnai – La crescita della Cina)

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