Privacy Policy L'essenza della notte nel mondo del Cinema - Antropia
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L’essenza della notte nel mondo del Cinema

Il mondo cinematografico rende la notte, da sempre, non solo uno sfondo delle proprie storie ma un vero e proprio personaggio capace di influenzare i protagonisti e le dinamiche dei film.

Silenzio e caos, luci elettriche amplificate dall’oscurità, folle e luoghi deserti, euforia ed introspezione. I contrasti e la dualità della notte affascinano da sempre l’essere umano, il quale tenta, sin dall’alba dei tempi, di raffigurare questa dimensione ignota attraverso ogni genere d’arte. Tra questi, nessuno ha saputo rendere le atmosfere oniriche della notte quanto il Cinema. La settima arte si erge, dunque, come mezzo definitivo per esplorare l’alter ego della luce.

Taxi Driver, M. Scorsese (1976)

Nel 1976 esce nei cinema Taxi Driver, capolavoro di Martin Scorsese destinato ad esser ricordato come una delle pietre miliari del genere neo-noir. Pochi film hanno saputo raffigurare la notte nella giungla metropolitana quanto Taxi Driver. Protagonista è Travis Bickle, emblema dell’uomo moderno: alienato, paranoico, disadattato e divorato dalla solitudine. Lavorando principalmente di notte, Travis inizia a covare certi sentimenti di disgusto e superiorità nei confronti del lato oscuro delle città, di tutti quegli “animali” notturni che, a parer suo, degradano la società. Le luci a neon di una New York nel suo pieno fervore urbano si riflettono sulle pozzanghere creando universi visivi, mentre una colonna sonora jazz trascina lo spettatore tra avenues di moderna decadenza. Travis Bickle è il simbolo di quei giovani reduci del Vietnam, incapaci di adattarsi nuovamente al progresso e alla spensieratezza di un mondo rinnovatosi senza di loro, perdutamente abbandonati in una spirale di alienazione e confusi principi. A metà tra un’opera esistenzialista e una poesia della beat generation, Taxi Driver fa della notte l’unico spazio in cui i più profondi pensieri possono trovar forma.

Blade Runner, R. Scott (1982)

Uno dei generi che si è maggiormente servito degli scenari notturni è, senza dubbio, la fantascienza, e quale opera può rappresentare questo connubio meglio di Blade Runner? Uscito nel 1982 ma ambientato in un ipotetico 2019, Blade Runner proietta l’eterno tema della difficile convivenza tra umani ed androidi in una Los Angeles costantemente sommersa da una coltre di pioggia e oscurità, le cui uniche fonti di luce sono, anche qui, i futuristici neon di una metropoli dall’aspetto fortemente orientale. Se l’esterno è caratterizzato da una pioggia incessante, gli interni sono, invece, avvolti da nebbie e fumo, luci fioche e pesanti ombre. Il titolo si riferisce al nome degli omonimi cacciatori di androidi, o replicanti, destinati ad essere puniti per aver sviluppato una propria indipendenza. In un mondo in cui il confine tra umano e androide è labile, la stessa colonna sonora rappresenta questa coesistenza attraverso l’unione di melodie acustiche e sintetizzatori. Blade Runner è un film esemplare per tutta la fantascienza cyberpunk a venire, in grado di lasciare esterrefatti non solo per l’uso di scenari futuristici così ipnotici, ma anche per le questioni morali che solleva, nonché per un monologo finale sul valore della memoria destinato a diventare immortale (Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…).

Midnight in Paris, W. Allen (2011)

La notte non è, tuttavia, protagonista solo di film thriller o noir; molte commedie e film romantici ne hanno fatto l’ambientazione delle proprie vicende, come After Hours di Scorsese o Before Sunrise di Linklater. Ad unire romanticismo e commedia con sapiente ironia e notevole cultura è, in particolare, una delle più recenti opere del genio della comicità newyorkese: Midnight in Paris di Woody Allen. L’occhio di Allen si sposta dalla sua New York e si focalizza, in questo film, su Parigi. Ciò che rimane invariato è l’ironica critica nei confronti della società borghese, tratto distintivo del regista. In Midnight in Paris la notte non funge solo da contesto, bensì da vero e proprio elemento scatenante per lo sviluppo di una trama decisamente surreale.  Protagonista è Gil, un eterno nostalgico di un passato mai vissuto in cui molti possono facilmente identificarsi. Chi non ha mai sognato, dopotutto, di vivere anche solo per qualche ora in un’epoca differente? Per Gil questo desiderio diventa realtà quando, allo scoccare della mezzanotte, viene inspiegabilmente trasportato nella Parigi degli anni ’20, la città che fu il cuore pulsante della cultura europea dei primi decenni del Novecento. Gil, estasiato, ha l’occasione di incontrare, in questa sorta di dimensione parallela, alcune tra le principali figure della “Lost Generation” come Hemingway, Dalí, Buñuel, Fitzgerald. Questo spazio notturno permette a Gil di far emergere il proprio lato più colto e interiore che la modernità sembra non comprendere appieno. In bilico tra due diverse esistenze, Gil capisce di non poter rinunciare completamente alla concretezza del presente per abbandonarsi alla trascendenza della notte.

Non vi è dubbio, quindi, che a prescindere dal genere cinematografico, i film hanno saputo far uso della notte per comunicarci l’effetto che essa suscita nell’uomo: essere sé stesso. Che si tratti di introspezione, ritorno ad istinti primitivi, riconoscimento dell’implicito valore delle cose quotidiane, o semplicemente abbandono delle responsabilità diurne, la notte ci permette di raggiungere la nostra vera natura, quella che di giorno viene celata. Dopotutto, come potrebbero le stelle mostrare la loro essenza senza l’oscurità circostante?

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