Privacy Policy Giovani e teatro. Intervista a Giovanna Villella - Antropia

Giovani e teatro. Intervista a Giovanna Villella

Questa settimana Antropia presenta l’intervista fatta a Giovanna VIllella, insegnante e critica di teatro, che ci ha parlato di arte e giovani

Giovanna Villella

In un’epoca in cui il cinema ha più risalto mediatico, quanto ha ancora da offrirci il teatro?

Qualcuno diceva che l’arte è morta, così com’è morto il teatro, ma il teatro è vivo e vegeto ed è un altro linguaggio artistico rispetto al cinema. Non potrà mai morire perché è una delle arti sceniche più antiche. Il teatro offre la possibilità di emozionarsi, di condividere l’emozione nel “qui ed ora”. Il teatro dà la possibilità di assistere a spettacoli dal vivo e di poter vedere la vita rappresentata. Pasolini diceva che la vita non la capisci fino a quando non la vedi rappresentata e il teatro per sua natura è visione. Quindi ci potrà dare ancora molto, ci deve dare ancora molto.

Com’è cambiato il mercato dell’arte rispetto a un tempo?

Così com’è cambiata la società. L’arte è lo specchio della società e ne segue le evoluzioni. E’ generalmente un mercato che a volte segue anche le mode. Non dobbiamo dimenticare l’ultima installazione di Cattelan, la banana con il nastro adesivo. Penso ai monumenti impacchettati, e sto parlando di arte contemporanea perché è quella che meno si conosce, è quella che attualmente riflette le problematiche sociali, solo che c’è un problema. Il problema dell’arte contemporanea è che non si hanno le chiavi di lettura per decifrarla. Perché generalmente quando ci si avvicina all’arte contemporanea si dice: “Oh ma io questa cosa non la capisco, questo scarabocchio sembra fatto da un bambino”. Invece l’arte contemporanea è un mondo in piena espansione e tutto da scoprire. Come diceva una mia amica, che è un critico d’arte contemporanea a livello internazionale, anche l’arte ormai sta subendo una periferizzazione, nel senso che con le nuove tecnologie si può vedere tutto ma non si può toccare nulla. Invece è importante in qualche modo ravvivare il mercato dell’arte, ma per ravvivarlo bisogna fare conoscere gli artisti, bisogna fare mostre e bisogna avere un luogo dove farle, perché non tutti hanno gli spazi giusti per poter allestire delle mostre.

Cosa significa lavorare per la cultura in Italia?

Lavorare per la cultura significa impegnarsi in prima persona. Anche far conoscere un libro è cultura, regalarlo a qualcuno è cultura. Lavorare per la cultura non significa assolutamente che devi essere un operatore impegnato in un organismo riconosciuto. Ognuno di noi può lavorare per la cultura. Andare a vedere uno spettacolo è lavorare per la cultura, se lo vogliamo intendere in senso lato. Poi lavorare per la cultura perché ti occupi personalmente di teatro, di letteratura, di arte o sei un operatore culturale che si impegna a organizzare eventi, manifestazioni eccetera è un lavoro bellissimo. Però in Italia i tempi della cultura non sono i tempi della politica. C’è un gap enorme, quindi devi essere autosufficiente per fare certe cose, perché se aspetti i tempi della politica non si farà mai niente.

A questo proposito consiglierebbe a un giovane di investire nel teatro a livello professionale o di relegarlo al ruolo di hobby?

Se si ha talento, se si ha l’attitudine, se quello è il suo sogno, sì. Altrimenti ci sono tanti altri mestieri che può imparare. Forse dirò una cosa impopolare, ma dal mio punto di vista se vali prima o poi esci fuori. Ma devi valere e lo devi dimostrare. E’ chiaro che se vali e vuoi operare in alcune realtà un po’ più “arretrate” devi fare sforzi 100 volte superiori rispetto a quelli che faresti in grandi città molto più attive. I giovani devono seguire i propri sogni, e se sono portati a fare teatro, scrivere, dipingere, che lo facessero pure, ma una cosa: devono studiare. E non mi riferisco alla scuola dell’obbligo. Vuoi fare l’attore? Bene, vai in un’accademia e studia. E’ finita l’epoca in cui l’arte si imparava sul palcoscenico. C’è bisogno sempre e comunque di una base teorica, perché la teoria serve a consolidare il talento. Se non sai leggere la musica non puoi continuare a suonare ad orecchio, non sarai mai un grande musicista. Se non conosci la retorica non mi dire che scrivi poesie. Se non conosci la metrica non puoi scriverle, e non mi dire che la poesia è una cosa che si scrive di getto. C’è sempre una tecnica da imparare, in qualsiasi mestiere. Anche l’operaio specializzato impara la tecnica. Chi lavora al tornio impara una tecnica. Quindi, qualsiasi cosa tu voglia fare, cerca di unire alla pratica la teoria. Devi avere sempre e comunque una solida base teorica e un background culturale, quello non guasta mai.

Pensa che l’inglese diventerà la lingua dominante nello scenario artistico oppure sarà così solo nelle scienze, come oggi?

E’ una domanda un po’ strana. Io sono una professoressa d’inglese. L’inglese è la lingua della comunicazione. La lingua più bella del mondo è l’italiano. La lingua dell’arte è l’italiano, la lingua della moda è il francese, la lingua della tecnologia è l’inglese. Ma tutti aspiriamo a parlare inglese perché è la lingua che sembra la più semplice per comunicare. Ho detto “sembra” ma non lo è. Però ti consente di poter viaggiare e di poter avere un contatto con diverse persone e con diverse culture. Se conosci l’inglese puoi andare ovunque. Per quanto riguarda il linguaggio dell’arte, non so onestamente se l’inglese potrà prendere il sopravvento. Non so quanto potrà essere bello ascoltare una Filomena Marturano in inglese, e parlo di lei perché è il lavoro teatrale italiano più rappresentato al mondo ed è scritto in lingua napoletana. Non so quanto un Pirandello in inglese potrebbe arrivare al pubblico. E’ chiaro che poi ci sono i festival internazionali in cui è richiesta la lingua inglese, ma anche per scrivere dei progetti europei devi conoscere la lingua inglese. L’inglese è necessario, ma per quanto riguarda il linguaggio dell’arte e delle arti in generale sarebbe opportuno che ogni paese mantenesse la sua. Dante in inglese è un’altra cosa.

Quali sono le opere teatrali dalle quali si possono trarre più insegnamenti per la vita moderna?

Come dicevo prima il teatro è per sua natura visione. Tutto quello che viene rappresentato è uno specchio della vita. Non voglio fare una classifica delle opere, anche perché c’è il teatro drammatico, il teatro comico, il teatro civile… L’insegnamento lo si può trarre anche da una commedia leggera, dove si ride, perché, come diceva Calvino, “leggerezza non è superficialità”. Quindi qualsiasi lavoro ben fatto può dare un insegnamento di vita.

Ringraziamo Giovanna Villella per averci concesso l’intervista

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