Privacy Policy La dieta nello spettro autistico. Intervista a Salvatore Chirumbolo - Antropia

La dieta nello spettro autistico. Intervista a Salvatore Chirumbolo

Abbiamo intervistato il professor Chirumbolo in merito al ruolo della dieta nei disturbi neurologici e nello spettro autistico.

Salvatore Chirumbolo

Cosa l’ha spinta ad avvicinarsi al mondo delle neuroscienze e della nutrizione?

Lavoro da alcuni anni nel Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Verona e, con alcuni colleghi, stiamo studiando l’impatto degli ecosistemi umani sullo spettro autistico. Per ecosistemi umani intendiamo tutti quei fattori, di tipo ambientale, che sono alla base dellì’antropizzazione e sono in questo caso anche causa di autismo o ne sviluppano la patogenesi. Dunque, sia la nutrizione che la tossicologia ambientale. E’ un campo nuovo, di solito l’autismo viene studiato solo da un punto di vista neurologico o genetico.

Lei si occupa tra le tante cose di studiare il ruolo della nutrizione in alcune patologie come i disturbi dello spettro autistico, cosa sappiamo oggi in merito?

Oggi la scienza sta facendo passi significativi nel comprendere il ruolo che la nutrizione ha nello sviluppo neurologico e nella cognizione. Molte sostanze di origine naturale, come i polifenoli, sono molto studiati e si è visto che hanno attività regolatrici non solo della detossificazione dei radicali liberi ma anche, se non soprattutto, nella stretta comunicazione che c’è tra cervello ed intestino, o meglio tra i batteri dell’intestino e lo sviluppo del cervello, sia lo sviluppo dal feto, neonato e uomo, che nello sviluppo della cognizione o se vogliamo perfino dell’intelligenza. Qui si colloca tutto il discorso su come e perché si sviluppa autismo e come si possa intervenire modificando tale rapporto.

Che ruolo giocano i micronutrienti in questa condizione? Ne sono stati identificati di cruciali?

Esistono dati piuttosto solidi in letteratura  che riportano un’associazione tra alcune carenze di micronutrienti, ad esempio lo zinco o il selenio, e lo spettro autistico. Tali studi in genere sono spiegati con deficit nella regolazione dei radicali liberi, a causa di difetti nell’azione degli enzimi detossificanti. Oggi, buona parte della letteratura, sta puntando lo sguardo sul triptofano (un aminoacido essenziale) e sugli acidi grassi a catena corta, come l’acido propionico, ad esempio., possibili marcatori nutrizionali dell’autismo.

Che ruolo hanno gli agenti xenobiotici, anche legati all’inquinamento, nella salute del sistema nervoso?

E’ una bella domanda. Gli xenobiotici chimici sono sempre agenti tossici e/o genotossici. A piccole dosi,  tuttavia, secondo un fenomeno chiamato ormesi, permettono alla cellula di usare i radicali liberi come segnalatori molecolari (o chimici) e dunque di fare del bene e non del male. Tra queste sostanze le più note sono i polifenoli vegetali e gli acidi fenolici che provengono dalle piante. Ma esistono dati in letteratura che perfino i metalli pesanti e le radiazioni a basse dosi siano benefici. In realtà, per quanto riguarda la salute del sistema nervoso, i metalli pesanti sono sempre pericolosi perché destinati ad accumularsi nei tessuti e a stravolgere il rapporto tra astrociti e neuroni, una possibile causa di autismo.

Esiste secondo lei uno stile di vita efficace per prevenire l’insorgenza di disturbi neurologici?

Non esiste una dieta precisa. L’unica vera soluzione è far in modo che il cervello sia intellettualmente attivo e non ridurre il carico glucidico necessario a tale attività, ad esempio preferendo diete chetogeniche a quelle gluconeogenetiche. La dieta chetogenetica è oggetto di studio nell’autismo ma ancora necessita di prove ulteriori. Zuccheri non raffinati, moto costante e non acuto, proteine da leguminose e dieta mediterranea, sono l’unico vero consiglio buono per mantenere sano il proprio sistema nervoso.

Escono periodicamente diete “miracolose” che promettono di curare e prevenire praticamente qualsiasi condizione: quale consiglio darebbe ai lettori per distinguerle da diete “serie”, ad esempio quelle per la gestione di alcune patologie?

Le vere diete non devono sbilanciare il rapporto delicato e complesso che c’è tra intestino e cervello. Per questa ragione, la dieta migliore è quella di seguire il regime dietetico locale, cioè del posto in cui sei nato. E’ chiaro che le diete indirizzate, volte a non peggiorare un quadro clinico, vanno improntate da un medico internista.

Secondo lei alcune integrazioni nella dieta potrebbero contribuire a ridurre lo stato infiammatorio per esempio quello che riscontriamo in malattie come l’obesità? Se sì quali sostanze sarebbero utili e in che modalità di somministrazione?

Io sono piuttosto critico con gli integratori, sebbene possano risultare utili in diversi casi di ipovitaminosi o altre carenze. Un conto è mangiare del pesce o delle noci, un conto è prendere i PUFA cioè i famosi omega 3 ed omega 6 come integratori.  I nutraceutici con matrice organica ma non naturale possono sconvolgere la microflora intestinale e generare forme border line di disbiosi.

Molti giovani ricercatori italiani sono costretti a migrare all’estero a causa della precarietà della ricerca in Italia. In che modo sarebbe possibile migliorare le condizioni del nostro paese in tal senso?

Favorire molto di più la democrazia di scambio di idee tra giovani ricercatori e accademici navigati. Ad oggi, se il ricercatore non segue pedissequamente la linea di pensiero del docente, non fa carriera. Invece occorre che l’Accademico esperto si lasci scombinare le carte dal giovane ricercatore. Questo succede negli States, sempre meno accade in Italia. Prima che una questione di fondi è una questione di rapporti.

Ringraziamo il professore per averci concesso l’intervista. Se vuoi leggere altri articoli in merito al mondo della nutrizione clicca qui.

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