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La religione secondo i greci

Uomini, Dèi e linguaggio. La religione dei greci ha saputo mescolare questi tre elementi per edificare i pilastri del pensiero e della cultura occidentali

Qual era il rapporto fra dio e l’uomo ai tempi degli antichi greci? La questione religiosa apparteneva a una visione di insieme di tutto il mondo. Gli dèi erano una semplice conseguenza dell’ordine naturale e razionale delle cose, non diversamente da come afferma oggi qualcuno che vede nella “perfezione” della natura l’impronta di un disegno intelligente operato da un Dio creatore se non provvidenziale.

Il greco ha subito un’evoluzione concettuale riscontrabile nell’utilizzo della lingua. Ai tempi di Omero il concetto di anima non aveva le implicazioni filosofiche complesse che ha maturato molti secoli più tardi (ricordiamo che il dualismo corpo-anima è stato uno dei temi più dibattuti della filosofia moderna) e non esistevano termini ben precisi per indicare l’anima in sé. Questa era soltanto la “fonte della vita” che sgusciava via dalla bocca dei soldati, nell’Iliade, nel momento in cui morivano, per involarsi nel mondo ultraterreno. Ma non era la sede dei pensieri, dei desideri, delle pulsioni e via dicendo, non era un’anima personale, pensante e afflitta dalle turbe esistenziali che potremmo immaginare oggi, come approfondiremo più avanti.

La visione religiosa dei greci non veniva vissuta e interpretata come noi oggi potremmo vedere e interpretare il cristianesimo. La loro cultura infatti non contemplava affatto l’esistenza di una dottrina eretica o di un ateismo a cui opporsi. Le divinità greche travalicavano i confini dello Stato manifestandosi attraverso altre rappresentazioni che portavano altri nomi, ma per i greci si trattava appunto di facce ulteriori della stessa divinità, proprio perché la presenza del divino si esplicava nei fenomeni naturali. Non credere in Zeus significava non credere nei fulmini, cosa che naturalmente per loro era inconcepibile.

Affresco realizzato da Giulio Romano sulla Cupola della Sala dei Giganti a Mantova, presso il Palazzo Te

Quando Erodoto visitò l’Egitto conobbe dèi indigeni nei quali ritrovò le proprie divinità: Bupastis era Artemide, Horo era Apollo, Osiride era Dioniso e via discorrendo, perciò la religione veniva preservata anche oltre i confini del proprio paese. Tuttavia ben presto in Grecia si delineò una componente atea. Anassagora e Diagora furono banditi dal paese perché atei, e lo stesso Socrate fu processato perché negava l’esistenza degli dèi. Nell’antichità più tarda si parlerà di intolleranza religiosa e discriminatoria verso i cristiani, ma in realtà i greci non hanno mai chiesto loro di rinnegare la propria fede, quanto piuttosto di prendere parte alle cerimonie di culto.

In Omero qualsiasi azione operata dall’uomo si riconduce agli Dèi; essi sono la sorgente dei sentimenti, dei pensieri, della volontà; l’essere umano è un contenitore vuoto che subisce i capricci di un dio. Affinché l’uomo diventi promotore e responsabile delle proprie azioni bisognerà aspettare l’avvento della tragedia.



“Ciò che l’uomo onora come Dio è l’espressione della sua vita interna”.
Johann Wolfgang von Goethe
Goethe

Ad ogni modo, mentre Omero tende a sollevare l’uomo dalle proprie responsabilità per presentare un mondo divino di sola luce, Esiodo nella sua Teogonia descrive un quadro molto diverso degli dèi, i quali vivono una vita conflittuale e sono mossi da paure, egoismo, istinti di sopraffazione. Ritornano elementi arcaici che non figurano in Omero, come miti antichissimi provenienti dall’Oriente o storie crudeli e poco edificanti come quelli di Urano e Crono. Tali miti si sono conservati particolarmente in Beozia, dove Esiodo è nato, e probabilmente l’autore ha avuto modo da impararli dal padre, che proveniva dall’Asia Minore.

L’uomo di Esiodo è sradicato dal mondo omerico di belle menzogne per essere immerso in una realtà in cui è minacciato dall’orrido e dall’informe. Nella sua genealogia distingue nettamente due stirpi che non si mescolano mai: i figli della notte, Nyx, nati senza padre, e dall’altro versante tutte le altre divinità. I discendenti della notte sono Vecchiaia, Invidia, Inganno, Dolore e via dicendo, sono rampolli demoniaci che operano nel nostro mondo e che non sono affatto stati sconfitti da Zeus. Siamo forse in presenza del primo precursore storico di Edgar Allan Poe, nei cui scritti queste presenze si trasformeranno nel male disturbante instillato negli anfratti dell’anima umana.

Edgar Allan Poe

Mentre nella Teogonia il mondo divino si evolveva da uno stato primitivo e rozzo a una condizione di beatitudine e di giustizia, nell’Erga la condizione umana subisce il processo inverso: le cinque razze scandite nell’opera (aurea, argentea, bronzea, razza degli eroi e razza ferrea) sono progressivamente corrotte. La razza aurea scomparì per motivi non noti, quella argentea venne distrutta a causa della propria hybris, (ossia superbia, arroganza, tracotanza). Quella bronzea si distrusse da sé, e qui viene in mente la celebre frase di Albert Einstein: “l’uomo ha inventato la bomba atomica, ma nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi”. La razza degli eroi venne plasmata da Zeus e perì nelle guerre di Tebe e Troia, e infine, quella attuale, sarebbe la razza ferrea, in cui imperano violenze e ingiustizie.

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