Privacy Policy Quando gli americani scoprirono l'Italia: le origini della Dieta Mediterranea Antropia

Quando gli americani scoprirono l’Italia: le origini della Dieta Mediterranea

Breve storia della dieta riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio Culturale e Immateriale dell’Umanità

Negli anni quaranta il fisiologo americano Ancel Keys osservando un aumento della mortalità precoce negli Stati Uniti a causa di eventi cardiovascolari, ma senza apparenti sintomi e segni evidenti di problematiche di salute, iniziò ad indagare su quali fattori fossero responsabili dell’insorgenza di queste patologie.


Keys cominciò a confrontarsi con studiosi da diversi paesi e insieme i ricercatori si posero l’obiettivo di scoprire a cosa potessero essere legati gli eventi cardiovascolari prematuri e se esistessero delle strategie per poterli contrastare.


Dopo diversi test prelimari e accordi tra vari paesi (eravamo infatti nel periodo della “guerra fredda”), nacque il famoso Seven Countries Study of Cardiovascular Deseases (noto più semplicemente come Seven Countries Study o SCS). L’obiettivo della ricerca era quello di comprendere le possibili correlazioni alla base delle diverse malattie cardiovascolari (che ancora oggi risultano la prima causa di morte nel mondo).


I ricercatori analizzarono nel dettaglio lo stile di vita e le abitudini alimentari di 16 gruppi di volontari in sette nazioni del mondo: USA, Finlandia, Paesi Bassi, Jugoslavia, Grecia, Italia e Giappone, per un totale di 12’763 persone, tutte di sesso maschile con età compresa tra i 40 e i 59 anni.

Il progetto prevedeva analisi scrupolose dello stato di salute e dello stile di vita di ciascun volontario e controlli ogni 5 e/o 10 anni; i dati raccolti vennero pubblicati nei primi anni settanta (dopo più di vent’anni di ricerche) e mostrarono un legame tra dieta sbilanciata (soprattutto ricca in grassi saturi) e incidenza di patologie cardiovascolari di varia natura, in particolare a livello coronarico (le coronarie sono vasi sanguigni che irrorano il cuore stesso).

Negli anni successivi lo studio fu portato avanti ed ampliato, includendo anche i figli dei primi partecipanti (attualmente è in studio la terza generazione) e ponendosi obiettivi diversi da quelli iniziali, tra i quali una migliore comprensione dei fenomeni legati all’invecchiamento.
Nonostante la ricerca non sia stata esente da criticità, come per esempio alcune caratteristiche del campione (solo maschi nella prima generazione), alcune imprecisioni statistiche e un’attenzione limitata soprattutto al ruolo dei grassi e del colesterolo e non tanto ad altri fattori, è stata e resta una pietra miliare dell’epidemiologia e della ricerca in campo nutrizionale, che ha posto l’attenzione sull’importanza dell’alimentazione e più in generale dello stile di vita per la promozione e tutela della salute.

Ma da dove salta fuori il concetto di “Dieta Mediterranea”?

Nella ricerca di Keys e collaboratori emersero dei Paesi in cui lo stato di salute dei soggetti studiati risultava “migliore” rispetto ad altri gruppi di popolazioni: erano i paesi delle aree del bacino del Mediterraneo e il Giappone.


Keys e colleghi (tra cui ricordiamo Flaminio Fidanza in Italia), posero la loro attenzione sullo stile di vita delle aree mediterranee, studiando non solo gli aspetti alimentari, ma anche sociali e culturali di queste zone; nacque così il concetto di “Dieta Mediterranea”.


La Dieta Mediterranea in origine non esisteva come a noi nota e il termine fu coniato proprio intorno al 1957 per racchiudere un’idea più ampia, riferendosi al significato originale della parola dieta (dal greco δίαιτα) ovvero “stile di vita”.


Le caratteristiche principali dello Stile di Vita Mediterraneo prendevano in considerazione (e prendono ancora oggi, ma con adattamenti) la totalità della vita dell’individuo guardando anche a fattori come convivialità nei pasti, riposo adeguato, attività fisica e parsimonia alimentare.
Infatti, le abitudini alimentari che tanto tutelavano la salute delle popolazioni mediterranee erano frugali e prevedevano il consumo vario, ma non abbondante di prodotti locali, verdura, frutta solitamente di produzione propria (ricordiamo che sono state studiate soprattutto le popolazioni rurali e non abbienti), cereali integrali, granaglie, legumi, olive, semi e noci e olio extravergine d’oliva.
La maggior parte delle fonti proteiche di origine animale (che all’epoca erano appannaggio di gruppi di popolazione economicamente più benestanti), venivano consumate moderatamente e sporadicamente.

L’alimentazione era dunque semplice e a base di prodotti vegetali.
Anche il vino era contemplato, ma vigeva la regola non scritta della parsimonia (anche se oggi sappiamo che l’alcool è una sostanza cancerogena).

In poche parole: si lavorava tanto, soprattutto a livello fisico (l’attività fisica è un aspetto molto importante per la preservazione della salute, ma la sua importanza è “scoperta” relativamente recente), si mangiava con rispetto e frugalità ciò che era disponibile, condividendolo in un ambiente familiare e si rispettavano i bioritmi naturali (ritmo sonno-veglia).


Tanti tasselli che andavano a comporre quel concetto e quadro di salute associato in seguito al termine “Dieta Mediterranea” o “Modello Dietetico Mediterraneo” e a numerose rappresentazioni, talvolta distorte, che ne sono seguite.

Le definizioni e descrizioni del Modello Mediterraneo si sono evolute nel tempo anche grazie al lavoro di numerosi altri studiosi (tra tutti ricordiamo i coniugi e ricercatori greci Antonia e Dimitrios Trichopoulos) che hanno continuato a indagare  sui possibili benefici per la salute legati a questo stile di vita.

Tuttavia, nonostante gli sforzi di tutti questi ricercatori, lo Stile di Vita Mediterraneo non è praticato, neppure tra le stesse popolazioni dell’area mediterranea; questo fatto è legato sia alla diffusione di maggior benessere economico, ma anche all’urbanizzazione, alla maggiore accessibilità agli alimenti e non ultimo alla diffusione di mode e modelli alimentari diversi, seppur molto spesso meno salutari (si pensi alla Western Diet o all’avvento del “Fast Food”): elementi che hanno contribuito e stanno contribuendo all’attuale epidemia di obesità anche in Italia.

Nonostante tutto, il valore di questo modello di vita è stato riconosciuto nel 2010 dall’Unesco come Patrimonio Culturale e Immateriale dell’Umanità.

Riferimenti consultabili:


Dietetica e nutrizione. Clinica, terapia e organizzazione – Giuseppe Fatati, Maria Luisa Amerio – Il pensiero Scientifico Editore – III edizione 2018, ISBN:9788849006216, pp 91-103

https://www.sevencountriesstudy.com/

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