Privacy Policy Tecnologia e bioetica: uno sguardo sulla natura dell'uomo - Antropia

Tecnologia e bioetica: uno sguardo sulla natura dell’uomo

La tecnologia e la civiltà danno certezze da un lato ma creano nuove inquietudini dall’altro, o portano a riscoprire quelle vecchie con maggiore enfasi.

Secondo qualcuno siamo la specie eletta. Ciò che ha permesso la nostra ascesa verso il pinnacolo della catena alimentare è stato lo sviluppo di un’intelligenza adattativa nonché una certa predisposizione nel manipolare l’ambiente intorno a noi. La potenza generatrice della natura è infusa nella nostra pelle sotto forma di feticismo creazionista, che ci ha portato ad edificare un regno strutturato nel quale ogni cosa è organizzata sistematicamente.

Gli esseri umani sono riusciti a costruire una continuità nel susseguirsi delle epoche, uno spirito civile fondato su valori superiori agli istinti bestiali; il nostro è stato un adattamento travagliato ma intriso di estro artistico e di quel singulto romantico che ci ha condotto a voler essere ricordati. Abbiamo prodotto una quantità sterminata di opere, ognuna delle quali è stata un piccolo passo di un lungo cammino che ci ha portato ad amare la parte più viscerale di ciò che siamo. Raccontarci queste storie è stato il collante che ha permesso l’unione tra gli uomini. Come diceva Shakespeare sanguiniamo tutti allo stesso modo, e io aggiungerei che piangiamo tutti allo stesso modo davanti a un’opera di immane bellezza.

Attraverso svariate proiezioni cinematografiche (e non solo) siamo riusciti a dipingere l’alienazione di un uomo che non riesce a trovare il suo posto nel mondo moderno e giace come un fantasma in una realtà insapore. E’ andata via via affermandosi una socialità asociale, in cui l’uomo, seppur colmo di conoscenze, è lanciato in una vastità asettica e priva di uno scopo, spesso condannato da un pensiero ossessivo a rimuginare sul senso di tutto questo senza riuscire a trovare davvero una strada. E’ possibile che la tecnologia abbia avuto un ruolo in tutto ciò?

La tecnologia ha pervaso la vita di tutti, sradicandoci dalle nostre radici, ma allo stesso tempo ha offerto un ventaglio di opportunità per cercare di decifrare ancora ciò che siamo. Alcune opere distopiche mettono in risalto l’inadeguatezza dell’uomo nel momento in cui deve trovare un equilibrio interiore in un mondo radicalmente industrializzato; non è un caso che tra le creature più ricorrenti nell’ambito fantascientifico vi siano i robot, degli automi super-efficienti e super-specializzati ma del tutto privi di emozioni e di empatia e dunque incapaci di instaurare legami autentici.

Nel primo film della fortunata saga cinematografica Alien, diretto da Ridley Scott, la cupidigia sfrenata di uomini votati all’asservimento di uno scopo egoistico e distruttivo è rappresentata da Ash, un androide programmato per raccogliere informazioni su forme di vita aliena allo scopo di assoggettarle e sfruttarle come armi biologiche, anche a costo di sacrificare l’equipaggio. Un compito per il quale riversa un fervore meticoloso e che gli costerà caro.

L’aspetto più oscuro di questa ricerca, che oltrepassa i confini di uno spazio nero e silenzioso per piombare in una realtà vagamente lovecraftiana, porta i protagonisti a scoprire l’esistenza di una forma di vita votata all’aggressività e alla distruzione, o banalmente alla sopravvivenza della propria specie attraverso un ciclo biologico non diverso da quello di un parassita. Il morboso istinto omicida degli xenomorfi è la vendetta di una natura che si ribella con una crudeltà animalesca, inseguendo i personaggi nei condotti bui dell’astronave, dove moriranno tra grida soffocate, ma allo stesso tempo l’aspetto quasi umanoide delle creature rimarca la colpa indelebile dell’umanità quando prova ad elevarsi a padrona dell’universo. Sulle terre di pianeti sconosciuti e smarriti nel gelido silenzio cosmico gli alieni siamo noi.

La ribellione della natura e l’avanzamento tecnologico sono strettamente vincolati. Appare chiaro come la civiltà abbia un prezzo energetico non indifferente, e in un mondo dotato di risorse limitate un grado sempre maggiore di tecnologia probabilmente porterebbe a una costante conflittualità tra gli individui o quanto meno tra classi sociali, posto che non si decida collettivamente di fare un passo indietro, ma non è così semplice.

Il rapporto dell’uomo con la tecnologia, infatti, come quello con qualsiasi strumento di potere, può essere significativamente turbato dalle fragilità che si rivoltano nel cuore di ognuno di noi e che coviamo negli anfratti più angusti dell’anima. Nel momento in cui iniziamo a strumentalizzare e ad abusare delle nostre risorse siamo esposti al concreto rischio di sprofondare in un diabolico circolo vizioso, che porterà progressivamente a una corruzione dell’anima. Il rischio del potere è quello di sprofondare in un abisso senza riuscire a scorgerne la fine. Tra gli archetipi letterari più eclatanti e rappresentativi abbiamo il Faust di Goethe e Dorian Gray di Oscar Wilde, due personaggi che per raggiungere i propri obiettivi arrivano a perdere il contatto con la realtà. Ho parlato anche di questo in un altro articolo.

Pertanto non è da escludere che un uomo in possesso di una tecnologia tale da colonizzare altri mondi possa essere un individuo segnato dai conflitti, traumatizzato e violento a sua volta, esattamente come gli individui biechi che finanziano le missioni spaziali nella saga di Alien, i cui volti non vengono mai mostrati ma che potrebbero tranquillamente essere i nostri. Ed è la stessa ragione per la quale non è scontato che una forma di vita più intelligente di noi abbia estirpato la componente pulsionale insita in tutto ciò che vive. Il che non significa dichiarare a spada tratta che “gli alieni sono violenti”, ma potrebbe essere un punto di vista interessante per mettere in discussione la narrativa degli alieni caritatevoli che non vengono sulla Terra perché siamo troppo stupidi per loro, laddove la stupidità è identificata con la violenza.

Dall’altra parte vi è la possibilità dell’estinzione ancora prima di riuscire a scappare per sfruttare altri luoghi, o anche solo quella di incorrere in incidenti di percorso piuttosto impegnativi. Il pianeta delle scimmie enuncia una realtà nella quale l’uomo è una specie morente che annaspa per risorgere, la cui razionalità è sprofondata a un certo punto della sua evoluzione per essere soppiantata dal giogo di scimmie intelligenti. Nella saga cinematografica avviata a partire dal 2011, un notevole implemento alle doti intellettive delle scimmie verrà fornito dall’utilizzo di un farmaco in sperimentazione per la cura dell’Alzheimer. La possibile nascita di una nuova specie intelligente, sia essa naturale o sintetica, potrebbe rappresentare un serio pericolo per gli esseri umani, che, in previsione di ciò, dovranno trovare un equilibrio tra l’ambizione di creare e il rischio di soccombere.

In buona sostanza un avanzamento tecnologico incontrollato comporta dei sacrifici sia perché genera sofferenza (per una necessaria dinamica di prevaricazione su qualcun altro) sia perché potrebbe corrodere e annichilire gli animi come naturale conseguenza di ciò. E se è vero che in alcune zone del mondo, come quella in cui viviamo noi, va tutto “bene” nel senso che grazie al cielo non ci sono conflitti bellici imminenti, è altrettanto vero che tanti combattono una guerra silenziosa e inascoltata perché non riescono ad individuare la propria dimensione interiore per guidarla con serenità verso il futuro.

Le sfide bioetiche a cui andiamo incontro sono molteplici e vanno dall’ingegneria genetica all’intelligenza artificiale. All’interno di questo contesto possiamo scorgere le ombre di un futuro anche minaccioso, ma è altrettanto vero che, come suggerisce Roberto Mercadini, l’evoluzione tecnologica dovrà essere sostenuta da un’adeguata evoluzione intellettuale. Tommaso Campanella, nella sua opera La città del Sole, auspica l’avvento di una comunità fondata sull’erudizione e sulla saggezza. Se ciò dovesse avvenire, se riuscissimo ad approcciarci alla realtà con un rigore intellettuale finalizzato a migliorare le circostanze in cui viviamo, allora potremmo squarciare un soporifero velo di Maya al punto da riscoprire, dentro di noi, una dimensione inespressa in cui scalpita un ingegno spesso sommesso da tante altre distrazioni.

Una consapevolezza matura e concreta, posta al servizio di qualcosa in cui crediamo fermamente, potrebbe essere l’inizio di qualcosa di bello. Quando questa è accompagnata da azioni volte a concretizzare i nostri obiettivi allora abbiamo tutti i mezzi necessari per cambiare le cose, per fiorire come ginestre alle pendici dei vulcani e sopravvivere al fuoco, così come auspicava Leopardi nella sua penultima lirica, La ginestra. Tante difficoltà si approssimano all’orizzonte ma la crisi può essere una benedizione. Sono sicuro che a un certo punto l’istinto vitale riemergerà dal suo sonno e, coniugandosi con una sopraffina consapevolezza e salverà il mondo ancora una volta, come ha sempre fatto in tutti i tempi difficili nella storia dell’umanità.

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